La crisi del Dragone
Il lockdown, le merci ferme, la Big Tech tra censura e difficoltà operative: fenomenologia di un esodo.
Fuga dalla Cina
Aziende e capitali in uscita. Per sempre?
Dopo due anni di pandemia e una ripresa che sembrava ormai andata, il conflitto in Ucraina e le nuove restrizioni cinesi anti-Covid stanno incidendo pesantemente sulle produzioni occidentali. La società di consulenza marittima londinese Drewry ha stimato che dal solo mese di aprile 250 mila containers destinati all’esportazione in tutto il mondo non siano partiti da Shanghai con effetti pesanti avvertiti sia dai consumatori che dall’industria, in maggio la situazione non è migliorata, tant’è che molte aziende, multinazionali e non stanno abbandonando, per ora o per sempre. Il Paese del Dragone. Le avvisaglie, a dire il vero, c’erano già, per molteplici ragioni.
Il quadro economico
Innanzitutto, le prospettive di crescita economica in Cina si sono deteriorate nel primo trimestre del 2022. Sebbene il dato aggregato sul trimestre sia stato accolto come ampiamente positivo (14.8% rispetto al 4.4% atteso), in realtà il mese di marzo ha visto i consumi molto indeboliti – rispetto al marzo del 2021. E poi il Fondo Monetario Internazionale ha recentemente tagliato le sue previsioni di crescita al 4,4% dal 4,8%. E poi c’è la situazione, drammatica, dell’intero comparto immobiliare cinese, che da solo vale quasi 25% del Pil cinese. Evergrande, ma non solo, ancora oggi non è in grado di pagare in suoi creditori e senza l’aiuto dello Stato difficilmente riuscirà a farlo.
Detto questo, il lockdown forzato ha dato il colpo di grazia. I numeri sono impietosi: in Cina è in atto una fuga di capitali come non se ne vedevano da anni, forse decenni. Investitori, fondi, semplici risparmiatori, aziende, una smobilitazione su larga scala che ha toccato i 17 miliardi di dollari negli ultimi due mesi. Le restrizioni erano iniziate alla fine di marzo e dovevano durare solo pochi giorni. Ora sono state in parte allentate, ma non vi è alcun segno di ritorno alla normalità. Nonostante il porto di Shanghai non si sia mal fermano, II trasporto in entrata e in uscita è duramente colpito. E anche in altre regioni della Cina, molte fabbriche possono produrre solo in misura limitata perché il personale e le consegne sono ferme. In pratica, i blocchi cinesi hanno una sorta di effetto domino globale sulle linee di produzione delle multinazionali occidentali.
Da Amazon, ad esempio, confermano tuttora the ottenere merci dalla Cina vie mare e via aria oggi costi molto di più e richieda tempi più lunghi a causa delle limitazioni in alcuni dei principali porti e delle interruzioni per treni e autotrasporti. L’amministratore delegato di Coca-Cola Iames Quincey ha invece dichiarato che, dopo un inizio anno molto forte, i blocchi (specie a Shanghai) hanno spinto l’azienda a chiudere il trimestre in negativo. In sofferenza, nelle ultime settimane, anche il leader mondiale nel settore del lusso, Lvmh.
Nel frattempo, Airbnb si allontanerà da Pechino a partire dal 30 luglio. La società di affitti di case a breve e medio termine, era l’ultima big tech rimasta presente in Cina ma ora anche questa ha deciso di interrompere le proprie attività, iniziate nel 2016, quando l’azienda contava circa 25 milioni di prenotazioni di media. Una mossa che ha reso ancora più evidente il divario tra Pechino e il resto del mondo nel rapporto con il web, non si tratta di un caso isolato. Nelle big tech, tra censura governativa e difficoltà operative, non operano più in Cina Uber, Alphabet (Google) Meta Platforms (Facebook). E l’ultimo social statunitense rimasto in Cina, Linkedin (di Microsoft), ha passato la mano a ottobre 2021, citando il poco successo ottenuto.
Cosa dicono le imprese italiane?
Se il lockdown forzato persisterà, con le attuali restrizioni che gravano sull’operatività, il 16% delle aziende italiane prevede di spostare le proprie attività al di fuori della Cina continentale. È quanto emerge dal report della Camera di commercio in Cina sull’impatto delle recenti restrizioni imposte da Pechino. A rispondere alla seconda indagine di quest’anno, è stato quasi il 50% della base associativa di ore 580 imprese. Si tratta per il 78% di piccole e medie imprese e per il 22% di grandi compagnie. La prima indagine era stata effettuata а marzo e in quell’occasione le aziende erano perlopiù ottimiste sulla ripresa del lavoro e della produzione a breve termine – si legge nel report. Oggi il 40% delle imprese italiane che hanno risposto al sondaggio hanno indicato Incertezza sul loro futuro in Cina, esprimendo una preoccupazione senza precedenti, risultato dell’indagine evidenzia un’importante perdita di fatturato, con rischi elevati associati alla logistica e alla filiera che generano una riduzione della penetrazione nel mercato interno.
L’80% degli intervistati si è focalizzato sulla questione della mobilità tra la Cina e Italia. Le restrizioni sulla politica dei visti e la persistente cancellazione dei voli hanno impedito agli esperti italiani di arrivare in Cina per scambio e supporto tecnico e ha anche impedito a molte famiglie di riunirsi. Inoltre, anche per le aziende italiane “il trasporto di materiali è difficile, con conseguenti ritardi o interruzioni nella catena di approvvigionamento” che rendono “impossibile la produzione come pianificata” e la spedizione delle merci ne tempi previsti. Più del 50% degli intervistati prevede che il fatturato nel 2022 diminuirà da oltre il 20% rispetto al 2021 e i profitti dal 50%”.
Che cosa porta tutto questo? L’ ufficio studi di Intesa San Paolo ha tastato il polso agli imprenditori e ha scoperto che quasi sei su dieci stanno riposizionando la loro catena di approvvigionamento, privilegiando l’Italia e l’Europa. Uno ogni quattro cerca nuovi fornitori addirittura nella propria regione. Naturalmente, nessuno immagina che la globalizzazione sia finita. Resta però un fatto: fra i tanti rischi di questi tempi difficili, l’Italia potrebbe avere di fronte a sé nuove opportunità.
Alea: “Noi ci crediamo ancora, ma le difficoltà sono evidenti”
Una testimonianza più fresca e diretta non si poteva trovare. Il lockdown forzato in Cina sta determinando la grande fuga degli occidentali. A spiegare la situazione vissuta in prima persona, alcuni giorni fa, è Riccardo Borelli, general manager di Alea, societă attiva nel settore industriale e meccanico per le aziende che vogliono produrre in Cina, guidata dagli imprenditori parmigiani Luca Accolli ed Erminio Arquati. Alea ha una sede a Shanghai in cui lo stesso Borelli lavora da sei anni.
“La settimana scorsa sono rientrato per le vacanze estive, non tomavo in Italia da due anni” premette. “Non sono scappato però ho notato all’aeroporto di Shanghai une situazione che mi ha colpito indubbiamente. Ho visto che la maggior parte delle persone non cinesi in partenza, non aveva una sola valigia, ma due o tre a testa, famiglie intere con 8-10 valige e pacchi da traslochi. È evidente che tutti si stanno muovendo per un lungo periodo, non so se definitivamente, ma sicuramente non per una vacanza. Il fenomeno è evidente e merita una riflessione. Sarà la scelta giusta?”.
“Dal punto di vista della mia esperienza” spiega Borelli “credo che prima di lasciare la Cina le aziende devono pensarci bene. Noi, come Alea, ci crediamo ancora e non abbiamo intenzione di mollare. Le persone lasciano la Cina perché vedono la propria libertà limitata all’improvviso, questo vale anche per le aziende, sia perché non hanno più risorse umane disponibili, sia per gli ostacoli al commercio. Chiudono i porti, i container non partono, non arrivano i prodotti alle aziende e le perdite si bloccano. È normale pensare di lasciare, tuttavia siamo in una fase di aggiustamento e ritengo che il problema sia temporaneo. Bisogna guardare in avanti e noi stiamo continuando a investire in Cina. Nella primavera del 2020, con lo scoppio improvviso della pandemia, molte aziende sono scappate in Vietnam, ma problemi e intoppi si sono verificati ovunque. Chi si è lasciato prendere del panico ha agito senza pensare al lungo termine”.
Non solo. “L’Asia” assicura Borelli “è sempre più influenzata dalla Cina, che sta facendo enormi investimenti nel continente a differenza degli Stati Uniti. Per questo ritengo che spostarsi in altri paesi asiatici sempre più condizionati dalla Cina, non sia un vantaggio, perché, in tempi non lontani, queste realtà potrebbero adottare politiche sempre più simili a quelle di Pechino”.
Che il duro lockdown cinese sia una forzatura è indubbio anche per il presidente di Alea, Luca Accolli “è in atto un’azione di forza a livello politico” sottolinea “ma ci stiamo rendendo conto che i nostri fornitori ci stanno seguendo e con le difficoltà del caso stiamo continuando a lavora. Mollare la Cina, a livello di investimenti globali, è impossibile. Ci vogliono vent’anni per costruire una rete simile in altri paesi, i blocchi sono sicuramente un autogol, ma puntare solo sul mercato interno non conviene neppure a Pechino, in quanto alle produzioni, in Cina ci sono distretti e aree in cui si possono realizzare prodotti semilavorati finiti mentre in altre parti del mondo non è possibile. il vantaggio è enorme. Ora i problemi sono tre: il cambio dalia moneta, le materie prime e i trasporti; ma se mettiamo sulla bilancia la partnership con la Cina resta ancora più vantaggiosa rispetto alle altre soluzioni.”
P.Gin.

